Editoriale - tendenze nuove 3/2010
Negli ospedali, negli ambulatori, nei servizi territoriali di ogni tipo incominciano a mancare i medici.
È un argomento grave, anche perché i trend non sono favorevoli e vi è il rischio serio che la situazione peggiori rapidamente nei prossimi mesi-anni (mancano peraltro dati che a livello nazionale e nelle diverse regioni confermino analiticamente questa indicazione). Attorno al 2020, cioè in uno spazio temporale che non eccede il tempo medio di formazione di un medico, uscirà di servizio il 75% dei medici attualmente attivi {questi numeri corrispondono al corposo gruppo di laureati degli anni '70).
Non è facile nemmeno identificare risposte possibili, perché la complessità del fenomeno potrebbe rendere superficiale qualsiasi ipotesi; il rischio però che può derivare dall'apertura di un dibattito deve essere corso, perche non si può rinunciare ad identificare nuove strade.
Prima di tutto è necessario invitare i decisori a livello macro a ripensare alla programmazione dei posti nelle università, sia per quanto riguarda il corso di studi sia la formazione postlaurea e specialistica. Qualche cosa non ha funzionato nelle decisioni riguardanti il numero programmato della facoltà di Medicina; tra l'altro non si è tenuto conto delle differenze fra nord e sud rispetto al fabbisogno. In questo momento il nord ha «fame» di medici e li assume nei servizi sia a livello pubblico che privato. Nel sud invece è diffusa una pratica di occupazione precaria, in servizi meno specializzati, per cui sembra che non vi sia un fabbisogno simile a quello delle regioni deì nord. Non è nemmeno auspicabile una massiccia emigrazione, che peraltro di fatto non avviene, anche perché i livelli stipendiali medi di un medico non sono tali oggi da permettere una vita facile lontano dalle strutture famigliari. Nell'ultimo anno alcune università hanno innalzato il numero programmato degli accessi alla facoltà; però lo sforzo — pur lodevole - non sarà assolutamente sufficiente. D'altra parte le autorità aecademi-che giustamente si preoccupano della qualità dell'insegnamento in presenza di numeri crescenti di studenti, quando le scelte di politica universitaria sono volte ad un forte contenimento del numero dei docenti. Ovviamente la problematica deve essere affrontata a livello politico, perché la singola università non può essere lasciata da sola nella morsa contrapposta dell'incremento del bisogno e della diminuzione delle risorse umane per la didattica.
Osservazioni simili si possono fare a proposito della formazione specialistica; il coinvolgimento delle regioni nella programmazione quantitativa, che sembrava aver risolto i vecchi problemi indotti dalla mancanza di un serio governo degli accessi ai corsi di specializzazione, non ha funzionato e sta provocando la grave crisi attuale, evidente ormai a chiunque si appresti a gestire un servizio sanitario. Pur ammettendo che una certa politica di «raffreddamento» degli accessi sia stata adottata per ridurre la pressione sulle assunzioni, oggi il fenomeno ha raggiunto dimensioni molto rilevanti. Le Regioni si stanno rendendo conto della crisi oppure pensano che anche questo problema possa essere superato con l'immigrazione? Come ormai a molti livelli dell'industria e dei servizi la presenza di lavoratori stranieri è condizione irrinunciabile per garantirne la funzionalità, anche in sanità diventeremo dipendenti dai lavoratori che provengono da paesi meno sviluppati e che producono un surplus di medici? Non è banale porsi la domanda, a questo proposito, se si potrà contare a lungo su questi flussi migratori, perché tutti si augurano che i paesi più poveri dell'Asia e dell'Africa o dell'Europa Orientale raggiungano un livello tale di sviluppo da assorbire i medici che si formano in quelle regioni. Se ci considera chela programmazione deve prevedere con circa 12-15 anni di anticipo, sarebbe davvero grave se per quel periodci sistemi sanitari dei paesi meno sviluppati si dovessero trovare ancora nelle condizioni di oggi. Non è certo auspicabile: sarebbe immorale fare conto su questa alternativa. Si consideri ad esempio, che la Regione Veneto ha calcolato un fabbisogno di circa 800 specialisti per anno, quando le borse di specializzazione nelle due università della Regione sono complessivamente 400.
Che fare? Come tamponare (o, meglio, governare) un debito così vistoso, peraltro non limitato alla sola regione in questione? Vi è bisogno urgente di un piano che a livello nazionale e poi di area {regionale o sopraregionale, superando con coraggio barriere geografiche che ormai hanno poco senso rispetto a queste tematiche) rifaccia i conti, tenendo in considerazione i nuovi scenari demografici (l'invecchiamento della popolazione), epidemiologici (la sopravvivenza di persone ammalate con gravi problemi clinici), psicologici (la popolazione richiede servizi di qualità sempre maggiore, adeguati agli accresciuti standard di qualità della vita), tecnologico-organizzativi (lo sviluppo della medicina scientifica non ha ridotto, ma anzi aumentato il fabbisogno di medici). Nel cantiere in costruzione di nuove norme dell'organizzazione della vita collettiva, a cominciare dall'auspicata riforma dell'università, deve trovare spazio un maggiore investimento per la formazione dei medici del futuro.
La risposta più adeguata non è certo quella di inserire la formazione nel SSN, abbandonando l'ambito universitario, come da taluni viene suggerito; infatti le Regioni (tranne 4-5) non avrebbero oggi la capacità complessiva di programmare e realizzare una formazione rispondente alle esigenze. Inoltre l'insegnamento universitario è strutturalmente adeguato ad una preparazione metodologica, indispensabile per affrontare i continui, rapidi cambiamenti della realtà clinico-assistenziale. Però certamente molto deve essere aggiornato, per quanto riguarda gli aspetti sia quantitativi sia qualitativi. La recente istituzione di aziende integrate ospedale-università potrebbe offrire la possibilità di affrontare in modo coordinato la problematica, coinvolgendo una più ampia platea di potenziali docenti e superando rigidi steccati che rischiano di perpetuare situazioni inadeguate alla crescita armonica dei nostri sistemi sanitari. Sarebbe infatti oltremodo negativo se il positivo sviluppo avvenuto negli anni recenti della sanità di molte regioni si arrestasse per la mancanza di una visione strategica dell'insegnamento universitario.
Bisogna infine pensare a cosa fare nel breve periodo, perché la crisi nei prossimi anni tenderà ad aggravarsi. In particolare in alcune aree specifiche, come quella dell'assistenza agli anziani, sarebbe auspicabile una formazione seria dei medici che avessero la vocazione per la cura dei vecchi anche al di fuori dei canali tradizionali, come - ad esempio - attraverso corsi seri di formazione, con controllo dell'apprendimento, organizzati diffusamente dalla ASL, dagli ospedali e, dove sono disponibili, dalle università. L'esempio dei co'rsi per la formazione alla medicina generale potrebbe fare scuola, soprattutto se sì adottano alcuni correttivi.
La pressione del bisogno è cosi forte che ogni sforzo per identificare una risposta è meritorio, ben sapendo che anche in questo campo ... l'ottimo è nemico del bene!
Marco Trabucchi
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